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Sicilia

 

Regione autonoma a statuto speciale (25.707 km2; 5.097.336 ab.), costituita dall'omonima isola (25.426 km2) bagnata dal Mar Tirreno a Nord, dal Mar Ionio a Est e dal Mare di Sicilia a Sud owest, e dagli arcipelaghi delle Eolie, delle Egadi e delle Pelagie, nonché dalle isole di Ustica e Pantelleria, e separata dalla penisola italiana che inizia con la Calabria, tramite lo Stretto di Messina.

Capoluogo regionale è Palermo. Amministrativamente è divisa nelle province di

Agrigento,Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa, Trapani.

La Sicilia è l'isola più vasta del Mar Mediterraneo è la più importante per storia, arte e attività economiche.

Ha forma di triangolo, che le valse l'antico nome greco di Trinacria con riferimento alle sue tre cuspidi, rappresentate dagli odierni Capo Boeo (o Lilibeo) a W, Punta del Faro a NE e Capo Isola delle Correnti a SE.

Il termine Sicilia risale all'antichità insieme con quello di Sicania, sul quale prevalse già in epoca classica, estendendosi successivamente, in età medievale, a designare i domini prima normanni e poi svevi nell'Italia meridionale.

L'isola fu per secoli divisa amministrativamente nelle tre valli di Mazara (o di Mazzara) a W, di Demone a NE e di Noto a SE; nel 1817 entrò in vigore una nuova ripartizione amministrativa  in sette valli o province, che rimase pressoché inalterata fino al 1927, cioè fino a quando furono istituite le due nuove provincie. di Enna e di Ragusa.

 

      GEOMORFOLOGIA:

L'isola è in prevalenza montuosa e collinare. I rilievi più elevati sorgono nel settore nord-orient.: essi sono il massiccio apparato vulcanico dell'Etna (3340 m), il maggiore d'Europa, che si innalza maestoso tra la piana di Catania e i solchi vallivi dell'Alcantara e del Simeto, e il cosiddetto Appennino Siculo, che si estende dallo Stretto di Messina alla valle del Torto e costituisce chiaramente la continuazione, al di là della profonda depressione rappresentata dallo Stretto di Messina, dell'Appennino Calabro. L'Appennino Siculo si presenta come un lungo allineamento di rilievi, disposti a ridosso della costa nord-orient. dell'isola secondo un orientamento ENE-WSW e divisi nei tre gruppi dei Peloritani, dei Nebrodi e delle Madonie.

I primi, che occupano la cuspide dell'isola rivolta al continente, sono formati da gneiss e da filladi e sono quindi in stretto rapporto dal punto di vista litologico con gli antistanti rilievi della Calabria; i Nebrodi (o Caronie) e le Madonie sono costituiti da rocce cenozoiche facilmente erodibili e da estesi banchi calcarei, per cui presentano forme più morbide e arrotondate. Ai piedi del versante merid. del cono dell'Etna e delimitata a S dai Monti Iblei, si apre sullo Ionio la piana di Catania, formata dall'apporto alluvionale del Simeto e di alcuni suoi affluenti, quali il Dittaino e il Gornalunga. La vasta cuspide sud-orient. dell'isola è occupata dai Monti Iblei, vasto altopiano a struttura tabulare, costituito da antichi espandimenti basaltici, che culmina a 986 m nel m. Lauro. La parte centrale dell'isola è interessata da un succedersi irregolare e confuso di ondulazioni collinari separate da larghe vallate: si tratta dei Monti Erei, che si stendono tra la piana di

 

Catania, i Monti Iblei e la valle del Salso, e del cosiddetto Altopiano Solfifero, una distesa monotona di modesti rilievi ondulati, costituiti da formazioni gessoso-solfifere risalenti all'era cenozoica. Il paesaggio della S. occid. presenta motivi analoghi: dossi arrotondati ed estesi altopiani ondulati, dove predominano le argille e le arenarie dell'Eocene e del Miocene, alternate in alcuni settori a formazioni calcaree mesozoiche; le antistanti Egadi ripetono queste strutture geologiche e morfologiche, mentre Ustica, le Eolie e Pantelleria sono prevalentemente vulcaniche. Oltre all'Etna, sono vulcani attivi anche Stromboli e Vulcano, nelle Eolie. Elevata è la sismicità della regione, che è soggetta a frequenti terremoti, a volte disastrosi.

 

       IL CLIMA:

Il clima è di tipo mediterraneo, con estati calde e secche e inverni miti e piovosi.  La distanza dal mare e l'altitudine dei rilievi maggiori danno luogo a variazioni climatiche anche rilevanti: nelle fasce costiere la temperatura media annua si aggira sui 19 ºC, mentre all'interno scende a 13 ºC. Le precipitazioni non sono copiose e, come si è detto, concentrate per lo più nei mesi invernali. Solo le aree più elevate dell'Etna, dell'Appennino Siculo e dei Monti Iblei ricevono oltre 1000 mm annui di precipitazioni; altrove le piogge scarseggiano, specialmente nelle piane di Catania e di Gela e nelle estreme cuspidi occid. e sud-orient. dell'isola, dove scendono a valori inferiori ai 600 mm annui. I corsi d'acqua hanno regime torrentizio e portate ineguali con piene improvvise nel periodo invernale e lunghi periodi di magra. I principali sono il Simeto (che convoglia le acque del Dittaino, del Gornalunga e del Caltagirone), l'Alcantara, l'Anapo, il Cassibile e il Tellaro, sul versante rivolto allo Ionio; il Torto e il San Leonardo, tributari del Tirreno; il Belice, il Platani e il Salso, che si gettano nel Mare di Sicilia.

 

       GEOGRAFIA UMANA:

La S. risulta una delle poche regioni “attive” per incremento demografico nell'ambito di un'Italia ormai arrivata alla “crescita zero” della popolazione. L'emigrazione, che nei decenni passati ha sottratto ogni anno forti contingenti di manodopera, diretti soprattutto nelle grandi aree industriali italiane ed europee, si è drasticamente ridotta e oggi ha un'incidenza modesta sul movimento demografico.  Negli anni più recenti sono seguitati gli spostamenti tradizionali di popolazione dalle aree montane e collinari dell'interno, economicamente più depresse, verso le coste e soprattutto verso le città. Ne consegue che gli squilibri già esistenti nella distribuzione della popolazione tendono ulteriormente ad accentuarsi.  Le aree di maggior addensamento demografico sono le fasce costiere delle cuspidi nord-orient. e occid., il Palermitano, il Siracusano e l'entroterra di Agrigento e Licata. La rete urbana è complessa e articolata, specie se paragonata al Mezzogiorno continentale: la struttura insediativa fondamentale è rappresentata dall'asse urbano ionico, con due grandi città, Catania e Messina, e un'altra medio-grande, Siracusa. Tale asse è bilanciato a occid. dalla capitale storica, Palermo, polo urbano assai grosso ma eccentrico e isolato. Queste quattro maggiori città sono costiere, come pure affacciano sul mare, o comunque al mare sono vicinissime, città importanti come Trapani, Marsala e Mazara del Vallo, rete urbana di rilievo nell'estremo ovest dell'isola; Agrigento e Gela, sul Mare Mediterraneo; Ragusa e Modica, nella regione iblea meridionale. Caltanissetta ed Enna sono gli unici poli di una struttura urbana centrale assai debole, formata per lo più da città-paese poco industrializzate e con servizi terziari insufficienti. In tutte le città siciliane, grandi e piccole e, in particolare, in quelle occid., si può osservare un fenomeno quantitativamente superiore rispetto ad altri centri italiani: si tratta di una massiccia immigrazione (per lo più clandestina) dalle coste meridionali del Mediterraneo e dell'Africa araba disposta ad accontentarsi di un qualsiasi lavoro.

      

       ECONOMIA:

L'economia siciliana nel contesto nazionale rivela caratteri di marginalità che traducendosi in indicatori vicini alle medie del Meridione la rendono per diversi aspetti rappresentativa di questa più ampia sezione del Paese.  Per vari decenni generatrice di notevoli flussi d'emigrazione (pressoché cessati solo negli anni Settanta e Ottanta), la regione nel dopoguerra è stata destinataria di trasferimenti di risorse operati dallo Stato a vantaggio delle famiglie e del sistema produttivo, senza che ciò abbia però innescato processi autopropulsivi di crescita: permane quindi una relativa arretratezza che trova testimonianza già nei riscontri quantitativi del reddito pro capite (due terzi del valore italiano)  e del tasso di disoccupazione (doppio rispetto a quello del Settentrione). Tali condizioni fanno così di questa economia una realtà assistita ancora agli inizi degli anni Novanta. In parte penalizzata tradizionalmente da condizionamenti climatico-ambientali e dalla distanza dai mercati più ricchi, l'economia regionale risente dell'accresciuta estensione del fenomeno mafioso, che avendo trovato alimento nei flussi di denaro generati dai grandi appalti pubblici (per infrastrutture) e nel traffico di stupefacenti ha costituito motivo di turbamento del quadro imprenditoriale locale. L'incidenza dell'agricoltura in S. è più elevata che in altre aree del Paese, sia in termini occupazionali sia di ricchezza prodotta.  Si tratta di condizioni che testimoniano la relativa arretratezza dell'economia siciliana e in essa del settore in oggetto, che risente infatti tanto della scarsità d'acqua e di opere irrigue quanto di carenze nella distribuzione e trasformazione dei prodotti. Alla prevalente e povera cerealicoltura delle zone collinari e montane dell'entroterra, praticata in modo estensivo all'interno di strutture inadeguate risalenti al vecchio latifondo, si contrappone la più redditizia agricoltura specializzata della fascia costiera e di alcune contigue pianure, basata soprattutto su agrumi (il 70% ca. del raccolto nazionale, provenienti dalla Conca d'Oro e dalle Piane di Catania e di Gela), olive, ortaggi e fiori, cui si aggiunge nel Marsalese la produzione di uva. La trasformazione dei beni agricoli non ha saputo conquistarsi un ruolo apprezzabile nel contesto nazionale a eccezione che per la vinificazione: malgrado la capacità produttiva raggiunta (inferiore in Italia solo a quella pugliese), quest'ultima rappresenta anzi un caso sintomatico delle difficoltà persistenti in campo organizzativo e commerciale, non riuscendo a qualificarsi con prodotti di pregio (a parte il Marsala), riducendosi alla fornitura di vini da taglio. Interesse modesto ha l'allevamento, e in particolare il comparto bovino, che dispone di impianti adeguati solo nel Catanese; limitazioni, da inadeguatezza delle attrezzature, riguardano anche la pesca,  che pure ha mantenuto una discreta importanza: suo principale porto è quello di Mazara del Vallo, fra i primi del genere nell'intero Mediterraneo.

 L'industria è il settore in cui l'economia siciliana mostra più evidenti caratteri di marginalità, a iniziare dal peso monetario e occupazionale  particolarmente ridotto;analoga caratterizzazione determina però anche la sua articolazione interna, che vede una specializzazione relativa nei comparti energetico-estrattivo e delle costruzioni nonché, in quello manifatturiero, un forte squilibrio strutturale fra la grande quantità di imprese di piccole dimensioni operanti in produzioni tradizionali (alimentari, legno, materiali da costruzioni, ecc.) e i pochi grandi impianti di esclusiva proprietà pubblica, con scarsità di aziende della fascia dimensionale intermedia. Abbandonata l'estrazione dello zolfo, dal sottosuolo si estraggono sali potassici, asfalto e soprattutto petrolio (distretti di Ragusa e Gela). La scoperta dei giacimenti petroliferi ha dato origine a una solida industria petrolchimica che, pur lavorando prevalentemente il greggio di provenienza araba, ha fatto della regione uno dei poli mediterranei del settore (Augusta, Gela, Ragusa); a essa è legato inoltre lo sviluppo del settore energetico, in grado di esportare parte della propria produzione. Con impianti di dimensione superiore alla media sono presenti la chimica (fertilizzanti, con localizzazione congiunta alla petrolchimica) e la meccanica (di particolare rilevanza è la presenza della FIAT a Termini Imerese), concentrate attorno a Palermo e Catania; sono inoltre comparse aziende operanti in comparti avanzati come l'elettronica e le telecomunicazioni, verso i quali si sono rivolti gli sforzi degli operatori pubblici. Il terziario registra in S. una presenza più forte che nel resto del Paese (70% della forza lavoro e 69% del prodotto regionale), dovuta in larga parte al peso della pubblica amministrazione e del commercio al minuto; a tali attività si accostano però anche quelle più qualificate degli istituti bancari (alcuni di interesse sovraregionale) e del turismo.  Prevalentemente balneare, quest'ultimo interessa soprattutto le province di Messina (Taormina, isole Eolie), di Siracusa e di Catania; alcune aree costiere però hanno già subito guasti paesaggistici determinati da uno sfruttamento eccessivo e incontrollato del territorio. Limitazioni turistiche per le risorse archeologiche e storiche sono costituite dall'insufficienza delle infrastrutture di trasporto, dell'attrezzatura ricettiva e dei servizi, ma anche da problemi d'immagine, oltre che più in generale dalla lontananza dalle principali aree emettitrici di flussi turistici.

      DIRITTO:

Costituita in regione a statuto speciale il 26 febbraio 1948, ha un'assemblea regionale con novanta deputati, eletti a suffragio universale diretto e con sistema proporzionale. Eletti per cinque anni (legge costituzionale 23 febbraio 1972), i deputati esercitano funzioni legislative, nelle quali, oltre alle materie di competenza comuni con le regioni a statuto ordinario, si aggiungono anche le facoltà d'intervento in materia di acque pubbliche, d'istruzione elementare, d'industria e commercio. Il governo della regione è affidato a una giunta di dodici membri, eletti dall'assemblea e presieduti da un presidente. Questi è presidente anche della regione e rappresenta l'ente regione, promulga le leggi, provvede al mantenimento dell'ordine pubblico, dirige la polizia dello Stato, partecipa al Consiglio dei Ministri con rango di ministro e voto deliberativo su questioni pertinenti la sua regione. Consiglio di Stato e Corte dei Conti hanno a Palermo una loro sezione distaccata competente sugli affari della regione.

       PREISTORIA:

Manufatti tipologicamente simili a quelli dei complessi su ciottolo del Paleolitico inferiore sono stati rinvenuti sin dagli anni Sessanta in diverse località dell'isola: in provincia di Agrigento (Torre di Monterosso, Capo Rossello) e tra Menfi e Sciacca (Bertolino di Mare, Contrada Cavarretto). Piùrecentemente, complessi su scheggia, sempre riferiti al Paleolitico inferiore sensu lato, sono stati rinvenuti in provincia di Catania, lungo il Dittaino e il Simeto e vicino a Ragusa. Per molti di questi rinvenimenti si tratta di complessi numericamente limitati e in situazioni cronostratigrafiche non chiaramente definibili. Se la presenza di facies su ciottolo e su scheggia del Paleolitico inferiore in S. appare finora indiziata più dal ripetersi di ritrovamenti che non da un loro sicuro inquadramento geologico, non sembra potersi affermare altrettanto per quanto riguarda il Paleolitico medio, finora non documentato, mentre più numerosi sono i complessi riferiti al Paleolitico superiore e al Mesolitico. Alle fasi antiche del Paleolitico superiore (Aurignaziano) è attribuita l'industria di Fontana Nuova (Ragusa); all'Epigravettiano antico sono riferiti i siti di Canicattini Bagni (Siracusa) e di Grotta Niscemi (Palermo); all'Epigravettiano evoluto il riparo San Corrado (Siracusa) e la grotta Mangiapane (Trapani). Più rappresentato appare l'Epigravettiano finale con numerosi siti: il riparo San Basilio e la grotta di San Teodoro (Messina), dove sono state scavate quattro importanti sepolture con ocra, la grotta Corruggi e la grotta Giovanna (Siracusa), quest'ultima con numerose manifestazioni di arte mobiliare su blocchi e lastre di calcare con motivi incisi a carattere prevalentemente geometrico e più raramente naturalistico, la grotta dell'Acqua Fitusa (Agrigento), la grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo e i livelli basali della grotta dell'Uzzo (Trapani). A questa fase sono attribuite le raffigurazioni di animali incise nella grotta di Cala dei Genovesi mentre la scena complessa con personaggi umani e alcuni animali incisa su un masso della grotta dell'Addaura (Palermo) può essere di diverse età, e secondo alcuni va attribuita al Mesolitico. Altre raffigurazioni di animali (cervidi, equidi e bovidi), pressappoco coeve a quelle citate, sono note in diverse altre grotte (Niscemi, Za Minica, Puntali, Racchio). Il Mesolitico è infine soprattutto attestato alla grotta dell'Uzzo, dove sono state rinvenute, tra l'altro, una decina di sepolture doppie e singole, di neonati, bambini e adulti, datate con metodi radiometrici a un periodo compreso tra l'8000 e il 7300 a. C. circa. Copiosissimi sono i resti appartenenti al Neolitico, che dimostrano l'importante ruolo avuto in tale periodo dalla S. per la sua posizione al centro del Mediterraneo. Da ricordare, fra le altre, le culture neolitiche di Stentinello e di Diana. A partire dal terzo millennio a. C., si diversificano gli aspetti culturali delle Eolie e della S. nord-orientale, della S. sud-orientale e di quella occidentale. Un fenomeno particolarmente importante è costituito dal manifestarsi di influenze della facies del bicchiere campaniforme, soprattutto nella zona della Conca d'Oro. Con la facies eoliana di Capo Graziano iniziano a essere attestati contatti stabili con il mondo egeo, particolarmente ricchi anche nella facies isolana di Castelluccio. Molto importanti sono i villaggi con architettura evoluta del successivo periodo di Thapsos e, nel Bronzo tardo, l'imponente “megaron” di Pantalica. Con l'Età del Ferro lo sviluppo dell'isola verso forme complesse di organizzazione socio-politica viene interrotto dalla fondazione di colonie greche nella parte orientale e fenicie in quella occidentale.

       STORIA: IL PERIODO GRECO E ROMANO

Abitata anticamente da Siculi, Sicani ed Elimi (rispettivamente nelle zone orient., occid. e nord-occid.), la S. si aprì presto a insediamenti di coloni fenici e, più tardi, dal 734 a. C. in poi secondo Tucidide, anche greci, attratti dai suoi porti, dalle sue miniere e dalla fertilità del suo territorio. I Fenici, soprattutto cartaginesi, si stabilirono nella parte occid. dove fondarono Panormo, Solunto e Mozia che, in un primo momento, furono però soltanto empori commerciali: ciò permise una stretta alleanza tra i Cartaginesi e gli indigeni Elimi, i cui centri principali erano invece Segesta, Erice ed Entella. Vere città, e subito molto popolose, divennero invece gli insediamenti coloniali dei Greci nella parte orient., tra cui notevoli furono Nasso, Lentini e Catana fondate dai Calcidesi, Siracusa fondata dai Corinzi (ca. 734 a. C.), Megara Iblea fondata dai Megaresi e Gela fondata da Rodiesi e Cretesi (ca. 690). Megara Iblea e Gela a loro volta crearono poi, rispettivamente, Selinunte e (ca. 582) Agrigento. Le colonie greche non costituirono mai un'unità politica e anzi furono spesso in guerra tra loro: tuttavia divennero subito molto prospere (ne sono testimonianza i grandi monumenti dell'epoca) e stabilirono intense relazioni commerciali con le città dell'Italia merid., con Cartagine e, dal sec. VI a. C., anche con Roma. La struttura sociale di ciascuna città che favoriva la classe dei proprietari terrieri, discendenti degli antichi colonizzatori, a danno del proletariato, composto invece dai gruppi indigeni e dagli immigrati recenti, fu però causa di lunghe lotte intestine risolte, all'inizio del sec. VI a. C., con l'avvento di regimi tirannici, il primo dei quali fu quello di Panezio a Lentini (ca. 608). Importanti furono la tirannide di Falaride ad Agrigento, e, soprattutto, quella di Ippocrate (498-491), a Gela, che costituì un forte Stato nella zona occid. dell'isola in cui il suo successore, Gelone, incluse anche Siracusa, città che, da questo momento, divenne la più importante dell'Occidente greco. Nel 480 Gelone, anche con forze navali di Agrigento, bloccò a Imera un'offensiva dei Cartaginesi escludendoli così per lungo tempo dall'isola. Nel 474 Gerone, suo fratello e successore, sconfisse gli Etruschi nelle acque di Cuma ed estese poi la sua influenza anche sul mondo greco dell'Italia merid.: questo espansionismo siracusano fu però fermato da un moto insurrezionale dei Siculi guidato da Ducezio (450), e, più tardi (415-413), dalla famosa spedizione di S. promossa da Atene che vedeva minacciati i suoi commerci con gli Etruschi dal rapido sviluppo della potenza siracusana. L'impresa si risolse per Atene con un disastro, ma anche Siracusa ne uscì indebolita: ne approfittò Cartagine che riprese i tentativi di penetrazione in S. investendo, tra il 408 e il 405, città fiorenti come Selinunte, Imera, Agrigento, Gela che vennero in parte distrutte. L'avvento di Dionigi il tiranno a Siracusa (405) valse però a salvare l'ellenismo della S. dai Cartaginesi che si ridussero gradualmente al possesso della sola parte occid. dopo una lotta durata, con varie vicende (tra cui la spedizione in Africa di Agatocle, tiranno di Siracusa, nel 310 e l'intervento di Pirro nel 278) quasi due secoli. Dopo la I guerra punica (241) la zona cartaginese della S. divenne provincia romana; in essa, nel 212, Roma, sconfitta Siracusa che, per combattere la potenza romana si era alleata a Cartagine, incorporò anche lo Stato siracusano estendendo così il suo dominio su tutta l'isola. Le città siciliane, a esclusione della fedele Messina, furono sottoposte al pagamento di un tributo, ma mantennero una notevole autonomia interna. Roma favorì e sfruttò la produzione del grano in S., grano che importava in conto tributo per le proprie necessità alimentari. Sulle estese tenute lavoravano masse di schiavi che si ribellarono in due occasioni, nel 136-132 e nel 104-100 a. C. e furono a stento domate. Nel 73-71 a. C. la S. dovette subire le ruberie e le malversazioni del propretore Verre; Cesare le concesse il diritto latino, mentre Augusto, che la annoverò tra le province senatorie, vi rafforzò il dominio romano e ne risollevò le condizioni economiche gravemente compromesse durante la guerra civile quando Sesto Pompeo l'aveva occupata e staccata da Roma. In età imperiale la S. continuò nelle condizioni di vita tradizionali, con le sue città aventi differenti rapporti con Roma, ancora attive nell'artigianato e nei commerci: esse però non recuperarono più lo splendore di un tempo. Con la Constitutio Antoniniana del 212, anche i Siciliani ottennero la cittadinanza romana al pari di tutti gli abitanti dell'Impero romano. Nella suddivisione in diocesi e province operata da Diocleziano, la S. fu attribuita alla diocesi italiciana e costituì provincia a sé. Col tempo la cerealicoltura fu meno redditizia e l'isola ne sofferse anche nei commerci.

       STORIA: DAI BIZANTINI AGLI ARABI

La generale decadenza dell'Occidente romano colpì a fondo l'isola e la espose a una serie di rovinose incursioni e all'occupazione, dapprima parziale (Lilibeo, 440), poi totale (468), da parte dei Vandali stanziati in Africa e, dopo la conquista di Cartagine, divenuti una grande potenza marinara. La dominazione vandalica, duramente vessatoria (anche in campo religioso, i Vandali ariani non diedero pace ai cattolici, provocando la rovina di un'ormai antica élite culturale), fu abbattuta da Odoacre tra il 476 e il 486; ma già nel 491 succedette la dominazione degli Ostrogoti di Teodorico, che tuttavia concesse al re dei Vandali Guntamondo, suo genero, la base di Lilibeo. L'età ostrogotica (491-535) riportò nell'isola una relativa tranquillità, effetto della politica conciliativa di Teodorico; militarmente presidiata ma non colonizzata, la S. riassunse il suo antico ruolo di grande riserva di grano e di chiave del commercio mediterraneo, da cui trassero beneficio soprattutto i latifondisti (laici ed ecclesiastici). Dalla S. ebbe inizio la riconquista imperiale dell'Italia promossa da Giustiniano (535), che già aveva abbattuto il regno dei Vandali in Africa; Belisario la occupò in sette mesi con poche forze e senza incontrare serie resistenze e di là, passato lo Stretto di Messina, proseguì l'avanzata lungo la penisola. Durante la guerra greco-gotica (535-553) l'isola divenne un valido baluardo militare (che Totila cercò invano di prendere verso il 550), e come tale fu governata durante i tre secoli e più del dominio bizantino. Staccata dal resto dell'Italia, fu sottoposta direttamente all'imperatore, che nominava per essa dapprima un governatore civile e uno militare, poi, riuniti i poteri, un unico governatore militare, lo stratego del tema di Sicilia. La militarizzazione, sempre più accentuata da Bisanzio per esigenze di difesa in rapporto alla progressiva avanzata degli Arabi in Africa nel sec. VI, incise profondamente sulle condizioni generali dell'isola: mortificò l'economia cittadina e rurale, sconvolse la distribuzione demografica, aggravò la pressione dell'autorità bizantina col suo rigore fiscale e la sua intolleranza religiosa (l'eresia monotelita nel sec. VII, quella iconoclastica nel sec. VIII misero a dura prova i cattolici, raccolti intorno al vescovo di Siracusa), e lingua, cultura, costumi greci penetrarono largamente. A questa seconda ellenizzazione della S. si connette il progetto di Costante II di fare dell'isola il centro dell'impero, col breve trasferimento della capitale da Costantinopoli a Siracusa (663-668). I Siciliani reagirono a più riprese a questa politica ora passivamente ora sostenendo vari tentativi di governatori bizantini di sottrarsi al potere imperiale, e fu appunto la secessione d'un ufficiale bizantino, Eufemio, che provocò, richiesto, l'intervento degli Arabi (827) e la loro progressiva occupazione. Già apparsi più volte sin dalla metà del sec. VII come corsari, gli Arabi intrapresero l'invasione della S. per iniziativa dell'emiro aghlabita di Kairuan (Tunisi), Ziadet Allah, sollecitato dal ribelle Eufemio, dando all'impresa carattere di guerra santa. Aspramente contrastati, ne vennero a capo solo agli inizi del sec. X, conquistando via via Mazara (827), Palermo (832), Messina (842), Enna (859), Siracusa (878), Taormina (902). L'isola fu sottoposta al governo di un emiro, rappresentante degli Aghlabiti di Kairuan poi (dal 910) dei Fatimiti del Cairo e infine dagli Ziriti loro vassalli in Tunisia; ma già verso la metà del sec. X l'emirato divenne un principato ereditario e di fatto indipendente, e per circa un secolo, sotto i Kalbiti, la S. risorse dalla sua lunga decadenza. La popolazione cristiana (come gli ebrei) ebbe il consueto statuto imposto dagli Arabi nei Paesi conquistati: libertà religiosa, ma a prezzo di una speciale tassazione (non troppo gravosa, ma non sopportabile da gruppi economicamente più deboli, che passarono perciò all'islamismo). La colonizzazione, più attiva all'ovest (Val di Mazara) che a sud-est (Val di Noto) e a nord-est (Val Demone), si stabilì con metodi e risultati diversi da luogo a luogo e gravò in misura diversa sugli isolani. Non mancarono, specie nella Val Demone, rivolte ma, non appoggiate adeguatamente da interventi bizantini, furono tutte represse. Gli Arabi diedero uno straordinario impulso all'agricoltura (frazionamento di latifondi, introduzione di nuove colture, come il gelso, il cotone, l'arancio, il dattero e la canna da zucchero), all'artigianato (tessuti di seta e di cotone), al commercio (con la sua maggior base a Palermo), e la S., come la Spagna, divenne un centro d'irradiazione della civiltà intellettuale e artistica islamica, che diede tuttavia i suoi frutti più cospicui solo dopo la fine della dominazione.

       STORIA: DALLA RICONQUISTA NORMANNA AGLI SVEVI

A indebolirla e farla crollare contribuirono soprattutto le croniche rivalità tra i vari signori locali, delle quali seppero approfittare nella prima metà del sec. XI i Bizantini (spedizione di Giorgio Maniace nella S. orient., 1038-40), nella seconda metà, con progressivi e definitivi successi, i Normanni già affermati nell'Italia merid. e sorretti nella loro iniziativa antimusulmana dal patrocinio della Chiesa romana, rianimata dallo spirito della riforma e avviata all'apogeo gregoriano. L'intervento normanno fu agevolato dall'appello del signore di Catania Ibn ath-Thumna in contesa col signore di Agrigento e la riconquista cristiana dell'isola, a opera di Ruggero I d'Altavilla (col concorso, discontinuo, del fratello Roberto il Guiscardo), si iniziò con la presa di Messina (1061) e si concluse con quella di Noto (1091). Catania cadde nel 1071, Palermo nel 1072, Trapani nel 1077, Taormina nel 1079. Una vigorosa controffensiva dell'emiro Ben Avert, contemporanea all'azione che impegnava i Normanni del Guiscardo contro i Bizantini, ritardò di alcunianni la conclusione dell'impresa: Siracusa cadde solo nel 1085, seguita da Agrigento e infine da Noto. Ruggero, che aveva preso il titolo di gran conte di Sicilia, s'impadronì anche di Malta, mentre, dopo la morte del Guiscardo, riusciva a imporsi anche sui domini normanni del continente. Vassallo del papa e legato apostolico (1098), Ruggero andava predisponendo la riorganizzazione della S., quando morì (1101) e la sua opera fu continuata dalla vedova Adelaide prima per il primogenito Simone (morto fanciullo nel 1105), poi per il cadetto Ruggero II finché ebbe l'età per governare personalmente (1113). Questo principe orientalizzante, tra il basileus bizantino e il sultano, animato da sconfinate ambizioni e dotato di insigni qualità politiche e militari, riuscì a realizzare con ogni mezzo l'unità dei domini normanni insulari e continentali, a fondare uno Stato fortemente accentrato e a ottenere dall'antipapa Anacleto II il titolo di re di S. (1130). Ruggero II introdusse in S. il regime feudale, ma istituzionalizzò, e seppe imporre, sui signori feudali e sulle comunità autonome il superiore potere del re, esercitato da una gerarchia di funzionari (iusticiarii e camerarii) e temperato dal consiglio della Magna curia. Analogamente, garantì la libertà religiosa e le consuetudini proprie dei gruppi latini, arabi, bizantini, ebraici esistenti nel regno, tenendo però ben fermo il principio che sovrastava su tutti l'assoluta sovranità del re. La tolleranza religiosa consentì al re e ai suoi successori di scegliere collaboratori qualificati d'ogni nazione e religione. L'isola conobbe allora una vigorosa ripresa economica, agricola, artigianale e commerciale, frutto del concorso di esperienze diverse e, correlativamente, lo Stato normanno di S., e la sua capitale Palermo, divennero il centro di un vero e proprio impero che si estendeva dalla Campania e dall'Abruzzo all'Africa sett. e aveva un ruolo primario nel Mediterraneo. Ruolo anche culturale, poiché nel regno fiorivano tra l'altro la scuola medica di Salerno, il monastero benedettino latino di Montecassino e monasteri basiliani greci, sorgevano monumenti espressivi di un'originale sintesi stilistica, e per Ruggero II lavorava uno dei maggiori geografi medievali, al-Idrisi (Edrisi). Sotto il figlio e successore di Ruggero II, Guglielmo I (1154-66), molto inferiore sotto ogni aspetto al padre, il regno attraversò periodi di crisi, scontrandosi col papato, con l'imperatore bizantino Manuele I Comneno, con Federico Barbarossa e subendo rivolte baronali. Ne uscì salvo, ma meno per le inconsulte severità del re (soprannominato il Malo) che per la solidità delle sue strutture e la leale opera di governo di ministri quali Maione di Bari, Matteo d'Aiello e l'inglese Riccardo Palmer, vescovo di Siracusa. Ma nuovi e più gravi torbidi sconvolsero la S. alla morte di Guglielmo I, durante il quinquennio di reggenza della vedova Margherita di Navarra per il figlio Guglielmo II (1166-1189), che parve abbandonare la politica di equanimità nei confronti dei diversi elementi etnici e religiosi per imporre la supremazia di nuovi elementi francesi. Con l'avvento del governo personale di Guglielmo II tuttavia, e grazie alla collaborazione di Matteo d'Aiello e di Gualtiero Ophtamil, un inglese, arcivescovo di Palermo, ritornò la pace e la S. rifiorì, anche se il re, mosso da inattuabili ambizioni, vide fallire le sue temerarie iniziative di conquista in Egitto contro il Saladino e nella Grecia bizantina contro Andronico I Comneno e Alessio II Angelo (1185). Guglielmo II (il Buono), la cui personalità aveva affascinato indistintamente tutti i sudditi, morì mentre la sua flotta partecipava brillantemente alla III Crociata.

       STORIA: GLI SVEVI

Privo di figli, gli succedette la zia Costanza, figlia di Ruggero II, dal 1186 moglie di Enrico VI di Svevia, figlio ed erede di Federico Barbarossa. Ciò significava consegnare il regno all'impero germanico e rompere il tradizionale vincolo col papato, irriducibile avversario degli Svevi e intollerante della loro egemonia in Italia. La successione venne contrastata da una forte frazione della popolazione, che portò al trono un cugino di Guglielmo, Tancredi conte di Lecce (1189-94); ma dopo che Enrico VI succedette al Barbarossa (1190) e intraprese la conquista del regno della moglie, Tancredi, nonostante alcuni successi, andò perdendo terreno e alla sua morte l'imperatore, sostenuto dai Genovesi e dai Pisani e da alcuni baroni siciliani, stroncò la resistenza, raccolta intorno alla vedova e al figlio di Tancredi, Guglielmo III, e fu incoronato re a Palermo (Natale 1194); seguì poco dopo un'altra insurrezione, che Enrico VI represse ferocemente, poco prima della sua prematura morte (Messina, 1197). Nell'età normanna era maturata in S. una cultura composita, eppure originale, alla quale avevano portato i propri contributi, stimolate dalla monarchia, le diverse comunità, romana, araba e bizantina, ciascuna secondo il suo genio; allora come non mai l'isola apparve il luogo ideale d'incontro e di intesa tra le grandi tradizioni civili del Mediterraneo; il duomo di Monreale rappresenta forse con maggiore e più immediata evidenza questa sintesi di valori. L'età degli Svevi, iniziata da Enrico VI sotto il segno della violenza, proseguì nell'incertezza, con vistosi episodi di anarchia, durante l'infanzia e l'adolescenza dell'erede di Enrico VI e di Costanza, Federico II (1194-1250); l'aspirazione di papa Innocenzo III, che il giovane svevo dovesse avere, come i re normanni, soltanto il regno di S. e non l'impero, apparve presto irrealizzabile e Federico II riunì sul suo capo le corone di S., di Germania, d'Italia e dell'impero (e, con la sua crociata, di Gerusalemme). Malgrado la molteplicità e la complessità dei problemi che la sua posizione gli imponeva, Federico II dedicò la massima cura al regno di S., che considerava il cardine dell'impero. Piegate le resistenze baronali e cittadine, domata una ribellione di Arabi (che cessarono da allora di essere una comunità influente), con le Costituzioni di Melfi (1231) portò a compimento l'ordinamento assolutistico, centralizzato e burocratico del regno instaurato dai re normanni. Se Palermo divenne un'ancor più splendida capitale, residenza prediletta dell'imperatore e centro culturale eminente, l'isola, nonostante l'intensa attività economica, in particolare mercantile e marinara, fu sottoposta a vessazioni fiscali (tributi, monopoli, ecc.) per sostenere le spese di magnificenza e soprattutto quelle per la guerra logorante di Federico II contro il papato e i Comuni. Scomparso Federico II, la continuazione della dinastia sveva nel regno, impersonata da Manfredi, figlio naturale dell'imperatore, reggente prima per l'erede legittimo Corrado IV, poi per il figlio di questo Corradino e infine egli stesso re (1258), incontrò l'implacabile opposizione del papato, finché Urbano IV investì del regno Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX di Francia e conte di Provenza (1265), che con l'appoggio di tutta l'Italia guelfa conquistò con le armi il regno, auspice Clemente IV. Manfredi cadde nella decisiva battaglia di Benevento (1266); Corradino, sconfitto a Tagliacozzo, fu giustiziato (1268).

       STORIA: ANGIOINI E ARAGONESI

La catastrofe degli Svevi commosse i Siciliani e provocò anche una sollevazione antifrancese e un'effimera resistenza all'occupazione di Carlo d'Angiò, per cui questi mantenne neiconfronti dei Siciliani un atteggiamento di severa diffidenza. Stabilì il governo a Napoli, anteponendola a Palermo, distribuì un gran numero di feudi a signori francesi, favorì, nei confronti dei Siciliani, mercanti e banchieri stranieri (molti fiorentini, i grandi sostenitori del guelfismo). A questi motivi di risentimento si accompagnava l'azione segreta di una fazione filosveva (o ghibellina), che faceva capo a Pietro III re d'Aragona il quale, avendo sposato Costanza, figlia di Manfredi, rivendicava i diritti di questa al regno. In questo quadro il 31 marzo 1282 a Palermo scoppiò l'insurrezione dei Vespri, che divampò in breve in tutta l'isola, e poco dopo Pietro III, sbarcato con forze aragonesi a Trapani, portò a termine la liberazione della S. dai Francesi. Ma prima che il distacco della S., dominio aragonese, dal Mezzogiorno della penisola, dominio angioino, fosse definitivamente compiuto e riconosciuto, si combatté la ventennale guerra detta dei Vespri (1282-1302), conclusa con una pace di compromesso (Caltabellotta, 1302: Carlo II d'Angiò riconobbe a Federico II, fratello di Giacomo II re d'Aragona, la sovranità sulla S., ma a titolo vitalizio e col nome di re di Trinacria); poi, rotto il compromesso, le ostilità si riaprirono e continuarono a intermittenze fino al 1372, quando Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, rinunciò a ogni rivendicazione sull'isola a favore di Federico III d'Aragona (1355-77). La questione della S. trascendeva gli interessi italiani: il suo possesso, nel mezzo del Mediterraneo, costituiva la base di una egemonia mercantile ed economico-politica, ambita, disputata e parzialmente ottenuta da Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini (o Francesi) e infine Aragonesi; e il papato, a sua volta avverso a ogni egemonia che potesse compromettere la sua libertà, non poteva non vigilare sulla sorte dell'isola (per di più formalmente sotto la sua alta sovranità). Perciò la guerra dei Vespri e i suoi strascichi ebbero riflessi in Oriente, in tutta l'Italia, in Francia, nella Penisola Iberica. Sotto la dinastia aragonese sopravvissero le istituzioni di Federico II di Svevia, ma venne dato un ruolo più rilevante al Parlamento (diviso in tre bracci: ecclesiastico, militare o feudale, demaniale o rappresentante delle città libere, direttamente dipendenti dal re). Dal punto di vista economico-sociale e culturale vi fu una graduale recessione: ricostituzione di latifondi a beneficio di grandi signori, decadimento dei ceti rurali più modesti e della borghesia delle città, insicurezza per continue guerre, deterioramento dell'ordine pubblico. A ciò si aggiunse come aggravante una progressiva perdita dell'indipendenza: le corone d'Aragona e di S., tradizionalmente separate anche se talvolta cinte dalla stessa persona, furono definitivamente unite a partire dal regno di Martino II (1409-10), malgrado l'unanime opposizione dei due partiti nobiliari (i Latini e i Catalani), che dagli scorci del sec. XIV tenevano l'isola sotto l'incubo delle loro lotte e i sovrani, Maria e Martino il Giovane, sotto una ricattatoria tutela. L'unione delle corone instaurò in S. il governo dei viceré, il primo dei quali fu l'infante Giovanni di Penafiel (1415-16), figlio di Giovanni re di Castiglia, d'Aragona e di Sardegna, che fu invitato, invano, alla secessione e al trono. La S. costituì una valida base per Alfonso V il Magnanimo nella sua conquista del regno di Napoli contro Renato, l'ultimo degli Angioini (1435-42) e sotto quel re, che fino alla sua morte (1458) ricompose l'antica unità del Mezzogiorno insulare e continentale d'Italia, l'isola ebbe qualche beneficio economico e culturale (come l'Università di Catania). Fu trascurata affatto dai suoi successori Giovanni II (1458-79) e Ferdinando il Cattolico (1479-1516), che col compimento dell'unità spagnola e con la conquista del Napoletano realizzava un grande impero mediterraneo. Ma ormai l'importanza del Mediterraneo stesso era alla vigilia del suo declino.

STORIA: DA VICEREAME ALL'UNIONE ALLO STATO ITALIANO

Scaduta a vicereame la S. reagì. Nel 1516 Palermo insorse contro il viceré Ugo di Moncada, nel 1517 fu scoperta la congiura di Gian Luca Squarcialupo e nel 1523 si ebbe la cospirazione capeggiata dai fratelli Imperatore. Ma dopo che con la vittoria di Pavia la potenza della Spagna dilagò in tutta Italia, anche la nobiltà siciliana così fieramente gelosa della sua indipendenza finì col piegarsi e assumere un atteggiamento filospagnolo. D'altra parte, se alla lunga il dominio spagnolo fu causa di conseguenze negative per l'isola (introduzione dell'Inquisizione, diminuzione delle autonomie locali, eccessivo fiscalismo), servì anche a frenare, almeno in parte, lo strapotere baronale e a combattere il brigantaggio per cui fu inizialmente sopportato con relativa facilità anche dal popolo. Con l'aggravarsi delle condizioni interne della Spagna peggiorarono però anche le condizioni della Sicilia. La decadenza economica si accrebbe e scoppiarono nuove rivolte: tra le molte, quella di Palermo (1647), capeggiata da Giuseppe d'Alessi che riuscì a far sollevare il popolo e a cacciare per qualche tempo il viceré, e quella di Messina (1674), dove la cittadinanza costrinse alla fuga la guarnigione spagnola e resistette con l'aiuto della Francia sino al 1678 quando Luigi XIV, accordatosi con Carlo II nella Pace di Nimega, abbandonò la rivolta alla dura repressione spagnola. Con la Pace di Utrecht (1713, conclusione della guerra di successione spagnola) la S. passò, con titolo regio, a Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, ma poco dopo (1718), tolta al suo nuovo signore, fu assegnata all'Austria e in tal modo riunita al Napoletano. Nel 1734, infine, sempre unita al Mezzogiorno, ebbe con Carlo III di Borbone un nuovo autonomo sovrano che ricostituì il regno delle Due Sicilie mantenendo però ordinamenti separati nelle due diverse regioni. Iniziò allora un periodo di riforme che vide in Domenico Caracciolo, viceré dal 1781 al 1786, il suo più illuminato rappresentante. Ma il programma di unificazione politica e amministrativa, urtando contro i privilegi del baronaggio e del Parlamento, fu considerato un attentato alle libertà dell'isola e finì col suscitare opposizione anche tra la gente comune. L'isola rimase comunque ai Borbone di Spagna anche nei periodi in cui essi perdettero il continente (1799 e 1806-15) per l'intervento delle armi francesi, e nel 1811, auspice l'inglese Bentinck, che la teneva praticamente sotto tutela, ebbe una sua Costituzione liberale. Quando però Ferdinando I riprese l'antico disegno di dare effettiva unità al duplice regno abolendo (1815) la Costituzione appena concessa e le libertà e franchigie più antiche, l'ostilità verso la monarchia riprese più aperta e decisa. Di qui il moto separatista del 1820, la sollevazione di Palermo del 1831 e l'insurrezione del 1848 che proclamò la decadenza dei Borbone, offrì la corona dell'isola a Ferdinando Maria di Savoia e fu domata solo nel maggio 1849. Di qui, anche, l'accoglienza che trovò Garibaldi nell'isola e la sua rapida liberazione, conclusa col plebiscito del 21 ottobre 1860 da cui venne proclamata l'unione alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. L'arretratezza delle condizioni economiche e sociali dell'isola, che fu all'origine di gravi agitazioni come l'insurrezione di Palermo (1866) e i moti dei fasci siciliani repressi nel 1894 con lo stato d'assedio, fu esasperata dalla crisi dell'agricoltura e dalla conseguente emigrazione dei contadini. Dopo la I guerra mondiale la situazione peggiorò e il malcontento portò la popolazione ad accogliere il sistema autarchico fascista rivelatosi tutt'altro che risolutivo. Dallo sbarco anglo-americano e con la ripresa della vita politica dell'intero Paese la S., pur di sottrarsi alla prospettiva socialista, e fidando nella collocazione geografica che le avrebbe concesso privilegi nei rapporti internazionali, scelse la via del separatismo. Il fenomeno mafioso trovò in tal modo ampia possibilità d'espressione, avvalendosi di una potente organizzazione terroristica che contrabbandava le azioni di brigantaggio per iniziative politiche. Il 15 maggio 1946 veniva istituita la regione e l'isola era così inserita di fatto nella vita del Paese e mentre il fenomeno separatista subiva una seria battuta d'arresto pur continuando a sussistere sotto il non meno grave aspetto clientelare, fortemente condizionante dello sviluppo politico-sociale dell'isola, il problema della mafia si ramificava in gran parte della penisola.

 

      ARCHEOLOGIA:

I centri archeologici più importanti sono Siracusa, Agrigento e Selinunte, i cui numerosi templi dei sec. VI e V a. C. si differenziano per qualche aspetto, e anzitutto per la maggiore grandiosità, da quelli della Grecia vera e propria; alcuni, come l'Olympieion di Agrigento dai caratteristici telamoni, hanno forme particolari. I templi più arcaici erano rivestiti di terracotte policrome (Siracusa); alcuni templi di Selinunte erano ornati di metope a rilievo (Palermo, Museo), che consentono di seguire la plastica locale (influenzata da diverse scuole artistiche greche) dagli inizi del sec. VI alla metà del V a. C. Negli ultimi tempi si è data una nuova sistemazione ai principali monumenti di Siracusa con la creazione di un parco monumentale nella zona del teatro greco e delle latomie, mentre nell'isola di Ortigia si sono trovati i resti di un tempio arcaico ionico – l'unico che si conosca nella città dorica – allineato col vicino Athenaion, oggi incorporato nel duomo; ad Agrigento si è identificata la topografia urbana di tipo ippodameo e si è messo in luce un quartiere ellenistico-romano; a Selinunte si è ricostruito il tempio E. Importanti contributi alla conoscenza della Sicilia greca vengono dalle ricerche di altri centri antichi: Megara Iblea, dove si è messa in luce notevole parte della città antica; Nasso, dove si sono scavate le mura, tratti urbani, resti del tempio di Afrodite; Gela con gli scavi dell'acropoli, le imponenti mura in blocchi di calcare e mattoni crudi e il vicino santuario di Bitalemi; Eraclea Minoa, con le mura, il teatro, l'interessante impianto urbano; Imera, con i santuari arcaici e il tempio dorico detto della Vittoria, in riferimento alla vittoria del 480 a. C. sui Cartaginesi; Lentini, con complesse fortificazioni ed edifici sacri e profani; Adrano, con mura del sec. IV e resti di un'antica città indigena; Eloro, piccola ma ben fortificata cittadina alle foci del fiume Tellaro; Camarina, di cui si è riconosciuto lo schema ippodameo; Akrai, poco a ovest di Palazzolo Acreide, con un piccolo ma ben conservato teatro ellenistico e il cosiddetto bouleutérion; Tindari, con le sue fortificazioni e il teatro ellenistico; Morgantina, con monumenti soprattutto ellenistici e romani. Particolare interesse per l'incontro della civiltà greca con quella indigena hanno le scoperte di numerosi centri archeologici dell'interno (soprattutto del retroterra agrigentino e gelese) come Monte Sabucina, Monte Bubbonia, Butera, Monte Saraceno presso Ravanusa, Vassallaggi, Monte Raffe, Monte Desusino. Le necropoli più antiche hanno spesso ceramica corinzia e attica importata dalla Grecia; nel sec. IV a. C. si svilupparono fabbriche locali di vasi imitanti quelli greci; di tarda età ellenistica è la ceramica detta di Centuripe, a colori sovrapposti su fondo chiaro. Ricca è anche la produzione coroplastica, con immagini di divinità per offerte votive nei santuari e, in età ellenistica, con eleganti figurine per i corredi tombali. Bellissima infine è la monetazione greca delle città principali, dalla testa di Dioniso e dal Sileno accosciato di Nasso alla testa di Apollo di Catania, dalla testa di Eracle di Camarina all'aquila e al granchio di Agrigento o al toro con volto umano di Gela, infine agli eccezionali tetradrammi e decadrammi di Siracusa. Nella S. occid. è ben documentata la civiltà punica. Delle tre città in cui, secondo Tucidide, si concentrarono i Fenici all'arrivo dei coloni greci, se Palermo punica è ancora poco nota, e le necropoli mostrano notevoli influssi greci, Mozia è stata scavata più estesamente (mura, porto, tophet, santuario in località Cappidazzu, necropoli sia nell'isola sia a Birgi sulla terraferma), mentre Solunto si presenta come una città ellenistico-romana, se pur con diverse presenze puniche, e la Solunto più antica era probabilmente in località Cannita a ca. 10 km da Palermo sulla strada per Misilmeri, da cui vengono sarcofagi antropoidi. Resti delle necropoli con belle stele dipinte si sono trovati a Lilibeo, oggi Marsala, che fu l'ultimo baluardo cartaginese in Sicilia, mentre a Selinunte è punica la sistemazione urbanistica dell'acropoli e a Erice si è osservato una fase punica delle mura, preceduta da una fase elima. A quest'ultima civiltà, ancora poco nota, sembra appartenere il grande tempio dorico di Segesta, di cui resta quasi intatta la peristasi delle colonne. Dopo la conquista romana alcuni centri interni furono abbandonati, ma le città più importanti si arricchirono di monumenti tipicamente romani, soprattutto a Siracusa (anfiteatro), a Taormina (il teatro “greco” è di età ellenistica, e rifatto in età romana), a Tindari (grandioso propileo chiamato comunemente basilica); cospicui anche i resti di Termini Imerese, l'antica Thermae Himerenses. Di età tardoromana è la grandiosa villa di Piazza Armerina, i cui mosaici testimoniano i contatti della Sicilia con l'Africa, e quella recentemente scoperta presso il fiume Tellaro non lontano da Eloro, con mosaici non meno preziosi. I reperti archeologici sono raccolti nei grandi musei nazionali di Siracusa (con reperti che risalgono alla preistoria e alla protostoria della S.), di Palermo, di Agrigento, di Gela, oltre che in numerosi musei locali, tra cui anzitutto il Museo Archeologico Eoliano a Lipari.

 

     ARTE: DALL'ARTE PALEOCRISTIANA A QUELLA NORMANNA

Pochi e alterati sono gli edifici paleocristiani a noi pervenuti: S. Pietro a Siracusa, S. Foca a Priolo Gargallo, la chiesa di Palagonia. Sembra che nelle più antiche costruzioni cristiane in S. fosse diffuso il tipo della chiesa “discoperta”, divisa cioè in un santuario e in una struttura colonnare, senza pareti laterali. Il più notevole esempio di questa tipologia, probabilmente derivata dai luoghi di culto dei martiri, era la chiesa palermitana di S. Maria della Pinta, distrutta nel sec. XVII. Praticamente nulla resta del periodo bizantino (sec. VI-IX). Poco avanza anche dell'età araba (sec. IX-XI), che pure fece dell'isola un centro culturale di altissimo livello: resti di fortificazione, i bagni di Cefalà Diana, una moschea incorporata in S. Giovanni degli Eremiti a Palermo. Di ben maggiore importanza il periodo normanno, iniziato nella seconda metà del sec. XI. Le prime opere, probabilmente dovute a monaci cluniacensi, sono vicine a stilemi borgognoni: così il presbiterio della cattedrale di Catania e la chiesa del priorato di S. Andrea, presso Piazza Armerina. Tuttavia già sul finire del sec. XI la chiesa di S. Giovanni dei Lebbrosi, a Palermo, mostra evidente l'influsso della cultura araba. E a iniziare dal regno di Ruggero II si sviluppò in S. quella cultura normanna che, fondendo elementi francesi, bizantini e arabi, realizzò alcune fra le massime manifestazioni artistiche dell'Europa medievale. A Palermo, la chiesa di S. Giovanni degli Eremiti (ca. 1132), ad aula unica con cupole, è di gusto decisamente arabeggiante, alla pari della chiesa di S. Cataldo e di palazzi e costruzioni civili, come la Zisa, la Cuba e la Cubula, la villa di Favara; a schemi bizantini si rifanno invece la chiesa di S. Maria dell'Ammiraglio, o Martorana, a croce greca con volte a botte, e la Cappella Palatina del Palazzo Reale, di tipo basilicale. Esempio di compenetrazione di stili diversi è il duomo di Cefalù (1131-66), voluto da Ruggero II. La struttura esterna, con due torri in facciata, è di derivazione nordica, ma ricoperta di decorazioni arabeggianti, mentre l'interno si rifà evidentemente alla tradizione basilicale bizantina. Di impronta analoga, pur nella maggiore monumentalità e fasto, è il duomo di Monreale (iniziato nel 1174), con facciata di tipo normanno, struttura di derivazione paleocristiana, elementi decorativi moreschi e bizantini. Altri monumenti del sec. XII sono il duomo di Palermo, le chiese del Vespro e della Magione, pure a Palermo, quella dei SS. Pietro e Paolo a Forza d'Agrò, il duomo di Agrigento, la parrocchiale di Caltabellotta. Anche nel campo del mosaico l'età normanna giunse ad altissimi risultati. I più antichi (ca. 1143) sono quelli della Martorana, opera probabilmente di maestranze bizantine il cui stile appare vicino a quello di Dafni; di poco posteriori i bellissimi mosaici della Cappella Palatina, tra i maggiori della pittura bizantina insieme a quelli del duomo di Cefalù (1148). Durante il regno di Guglielmo I venne completata la decorazione della Cappella Palatina, a opera di artisti locali, che interpretarono con sensibilità occidentale i motivi bizantini. Poco invece è rimasto delle decorazioni della Zisa e del Palazzo Reale. La decorazione del duomo di Monreale, infine, ripresa dai modelli di Cefalù per la parte absidale, è dovuta probabilmente a mosaicisti veneziani nelle navate. Di minor importanza, rispetto alle altre arti, la scultura del sec. XII. I telamoni dell'arca di re Ruggero nel duomo di Palermo (1145), i capitelli dei chiostri di Cefalù e Monreale, il candelabro pasquale della Cappella Palatina sono tutti chiaramente influenzati dalla scultura provenzale.

 

      ARTE: DAL PERIODO SVEVO AL SEC. XVI

Alla prima metà del sec. XIII risalgono gli imponenti castelli federiciani di Milazzo, Siracusa (Castel Maniace), Catania (Castello Ursino) e la severa chiesa di S. Nicola di Agrigento, di stile ormai pienamente gotico. Il nuovo gusto si affermò pienamente con la dominazione angioina e successivamente nel sec. XIV, con le chiese di S. Francesco a Messina e Palermo, il duomo di Palermo, il convento di S. Spirito a Caltanissetta, la chiesa dell'Annunziata a Trapani e quella di S. Giorgio ad Agrigento. Di notevole livello anche l'architettura civile, con il palazzo Chiaramonte a Palermo (1307), il palazzo di S. Stefano e la Badia Vecchia a Taormina. Più modeste, in questo periodo, le arti figurative, d'influsso pisano, senese o genovese e, successivamente, spagnolo. Notevole, però, la decorazione della sala grande di palazzo Chiaramonte (Simone da Corleone, Cecco di Naro e Dareno da Palermo). L'architettura del sec. XV vide il prevalere di forme gotiche catalane, interpretate con gusto sobrio (palazzo Corvaia a Taormina, palazzo Bellomo a Siracusa). Notevoli le personalità di A. Gambara e M. Carnelivari, massimo architetto del secolo (S. Maria della Catena e palazzo Aiutamicristo a Palermo). Nel secolo successivo influssi rinascimentali vennero importati dai Gagini (S. Maria di Portosalvo a Palermo, di A. Gagini) e da scultori-architetti toscani. Poco resta delle loro realizzazioni a Messina, mentre maggiori testimonianze si conservano a Palermo (S. Giorgio dei Genovesi, di Giorgio di Facco, 1591). La scultura rinascimentale in S. ebbe inizio con l'opera di D. Gagini e F. Laurana, continuò poi con l'attività della bottega gaginesca, attiva in Palermo. Solo verso la metà del sec. XVI la presenza nell'isola di A. Montorsoli, A. Calamech e C. Camilliani importò più mature forme del manierismo toscano. Nel campo della pittura, la figura di Antonello da Messina è dominante e trascende l'ambito regionale. Tra gli altri artisti, possono essere ricordati in particolare A. Giuffrè (sec. XV), R. Quartararo (notizie 1484-1501) e il misterioso autore, che è stato identificato, tra gli altri, con Pisanello, del Trionfo della Morte, grande affresco eseguito per il palazzo Sclafani a Palermo e ora conservato nella Galleria Regionale della Sicilia della stessa città.

 

     ARTE: DAL SEC. XVII A OGGI

Di elevato livello appare l'architettura siciliana dei sec. XVII-XVIII, sebbene non manchino goffe ripetizioni dei motivi del barocco spagnolo. Fra i maggiori esponenti, P. e G. Amato, attivi a Palermo (SS. Salvatore e Paolo), vicini in parte al gusto manieristico. Notevole, dopo il terremoto del 1693, fu l'opera di ricostruzione nella S. orient., con la costituzione di organismi urbani spesso di notevole gusto e imponenza (Noto, Grammichele, Avola, Ragusa, Modica). Si distingue in questo ambito l'opera di G. B. Vaccarini (1702-1769), cui si deve la ricostruzione di Catania; suoi capolavori sono il Collegio Cutelli e la chiesa di S. Agata, borrominiana. Notevole, a Siracusa, l'opera di G. Vermexio e A. Palma. Importante esponente della scultura fu G. Serpotta (1656-1732), abilissimo stuccatore, autore di mirabili decorazioni in chiese e oratori, specie di Palermo, di livello talora eccezionale. Di minore importanza la pittura, influenzata dal passaggio di Caravaggio e di A. Van Dyck; le maggiori figure sia del sec. XVII (P. Novelli) sia del XVIII (F.Randazzo, O. Sozzi, V. d'Anna) non superarono in genere l'ambito locale. Il fiammingo italianizzato M. Stomer, particolarmente influenzato da Gherardo delle Notti, ne divulgò in S. i modi e la tipica tecnica luministica. Di qualche rilievo, all'inizio del sec. XIX, le realizzazioni neoclassiche degli architetti V. Marvuglia a Palermo e G. Minutoli a Messina, mentre alla fine dell'Ottocento creazioni di una certa originalità si devono a E. Basile (villa Igea a Palermo), architetto aperto alle esperienze dell'Art Nouveau. Successivamente l'arte siciliana si confonde con le varie correnti italiane e internazionali. Per ciò che riguarda la pittura bisogna però ricordare R. Guttuso, la cui opera, pur trascendendo l'ambito regionale, rappresenta una significativa e profondamente radicata testimonianza della vicenda artistica e della storia siciliana.

 

     ARTE: LE ARTI MINORI

Di grande importanza fu l'arte tessile che, affidata alla fabbrica reale palermitana, si valse dapprima di operai arabi, ai quali si devono probabilmente i paramenti per l'incoronazione di Ruggero I (1130), fra cui il famoso manto del Tesoro di Vienna, di seta purpurea ricamato in oro, perle e smalti, con il motivo orientale dei cammelli araldici azzannati dai leoni. Con l'arrivo dei prigionieri tebani e corinzi che insegnarono ai siciliani l'arte della seta bizantina, le due tradizioni si fusero e nacque un'arte palermitana del tessuto, spesso impreziosito da ricami (broccato della tomba di Enrico VI, 1197, Londra, Victoria and Albert Museum). Fiorente fu anche l'arte della ceramica, soprattutto nei centri di Palermo, Sciacca, Trapani e Caltagirone e, nell'ambito dell'arte popolare, la produzione dei famosi “pupi”, degli ex voto, dei tipici carretti adorni di pitture.

 

    TEATRO:

Al sec. XV risale il più antico testo che ci sia pervenuto, una Resurrectio Christi del siracusano Marco De Grandi, dove parlano in dialetto tutti i quarantadue personaggi, compreso Gesù. Allo stesso secolo risalgono anche farse che attestano l'esistenza di un teatro profano, tollerato dalle autorità ecclesiastiche solo a carnevale. Nel Cinquecento i buffi delle farse siciliane s'inserirono anche nella commedia erudita in lingua, mentre nel secolo successivo comparvero copioni di modesto interesse (come La Dalila, 1630, di Vincenzo Galati) scritti interamente in vernacolo. Più significativa fu la vastasata (da vastasi, facchini), un genere teatrale nato verso la fine del Settecento e destinato alle piazze: fatti del giorno e temi della vita quotidiana furono i temi di questi canovacci affidati soprattutto all'improvvisazione degli attori. Protagonista era la maschera di Nofriu, resa illustre dall'attore Giuseppe Marotta. Alla vastasata seguì nell'Ottocento la pasquinata, imperniata sul personaggio di Pasquino (massimo interprete Giuseppe Colombo), che diede spazio sia alla satira politica, sia, per la prima volta, ai temi della passione e della gelosia. Ma il teatro siciliano moderno ebbe inizio nel 1863, anno in cui al teatro Sant'Anna di Palermo l'attore Giuseppe Rizzotto mise in scena il dramma I mafiusi di la Vicaria, scritto con il maestro elementare Gaspare Mosca, che, nonostante un moralismo di superficie, mostrava spiccate simpatie per l'“onorata società” e ottenne consensi non solo sull'isola ma sul continente e nelle Americhe. Poi nel 1880 il puparo Angelo Grasso, che dirigeva il teatro Machiavelli di Catania, tentò senza molta fortuna di recitare “in persona”. Ne seguì l'esempio il figlio Giovanni, che alternò dapprima le rappresentazioni dei pupi a farse (nelle quali interpretava ancora il personaggio di Nofriu) e a riduzioni sceniche di novelle popolari, e formò poi (1899) una propria compagnia, patrocinata dal commediografo Nino Martoglio, che in breve tempo trionfò sui palcoscenici d'Italia, d'Europa e d'America, in un repertorio violentemente realistico – Otello e La morte civile di P. Giacometti, Malia di Capuana e Cavalleria rusticana di Verga, La zolfara di G. Giusti-Sinopoli e La figlia di Iorio di D'Annunzio, tradotta in siciliano da G. A. Borgese – nel quale Giovanni Grasso tuonava e squassava con risultati che gli assicuravano i consensi anche degli spettatori più esigenti. Le sue primattrici furono Mimi Aguglia, Marinella Bragaglia e Virginia Balistrieri. Tra i suoi attori, con il figlio Giovanni jr. che ne riprenderà i successi, fu anche il giovane Angelo Musco. Fu poi quest'ultimo a impersonare l'altro filone del teatro siciliano, quello caricaturale e buffonesco, con strade aperte verso il grottesco e verso un delirio al limite della tragicità. Scrissero tra gli altri per la sua compagnia, costituitasi nel 1914 e acclamata per oltre un ventennio, Capuana (Il paraninfo), Martoglio (San Giuvanni decullato, L'aria del continente) e Pirandello ai suoi primi approcci con il teatro (Lumie di Sicilia, Liolà, Pensaci Giacomino, Il berretto a sonagli, La giara). Morto Musco nel 1937, quando ormai da un quindicennio recitava soprattutto modesti copioni costruiti sulla sua misura, ne hanno ereditato il repertorio prima Michele Abbruzzo, in coppia con Rosina Anselmi già primattrice di Musco, poi Turi Ferro, eccellente attore anche in lingua.

    FOLCLORE:

La complessità e la ricchezza del folclore siciliano sono testimoniate dalla Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, la monumentale opera in 25 volumi di G. Pitré; e non c'è nulla di più utile per chi voglia conoscere il patrimonio folcloristico siciliano che una visita al Museo Pitré di Palermo, dove si trovano i costumi e gli strumenti di lavoro del passato, gli oggetti magici, non del tutto scomparsi (dai nodi per legare a sé la persona amata alle forbici per tagliare la strada ai malefizi), gli ex voto dipinti sul vetro, i “pupi”con tanto di elmo e corazza e gli ornamenti dei famosi carretti. Il culto delle acque, tipico di una popolazione legata alla terra, caratterizza la civiltà dei Sicani e dei Siculi: il ribollire dei crateri sorgenti presso il tempio dei Palici, tra Mineo e Palagonia, era considerato un fenomeno sacro per eccellenza, e pertanto in quel luogo si facevano i giuramenti e si condannavano gli spergiuri: di qui discende la forza etica che assume, nelle tradizioni popolari siciliane, il giuramento, sempre accompagnato con una sanzione (tipica la frase: privu di la vista di l'occhi!, che io possa perdere la vista degli occhi). La formazione del patrimonio folcloristico siciliano porta però, soprattutto, un'impronta greca e la mitologia greca sopravvive, in S., nei miti popolari: la ninfa Ciane, fedele compagna di Proserpina, trasformata in sorgente limpida come le sue lacrime per la perdita dell'amica, è divenuta a Modica la “monachella della fontana” e ha un posto tra gli esseri mitici che accompagnano la vita popolare; come le donni di notti, geni dalle chiome nerissime che abitano, come le ninfe greche, i giardini, le macchie, i boschi dei Nebrodi. Dopo la dominazione romana, si deve agli Arabi l'arricchimento del patrimonio linguistico-poetico siciliano. Molte parole siciliane sono di origine araba (si pensi a gibel, montagna, donde Mongibello, Gibellina, ecc.), come arabe sono le immagini che hanno dato ai canti popolari siciliani un tono esotico, nettamente orientale. È merito dei Normanni l'ulteriore arricchimento del mondo poetico siciliano. Con il re Ruggero entrano a Palermo i guerrieri del ciclo carolingio, che passeranno, nell'Ottocento, nel teatro dei pupi e sulle fiancate dei carretti. Mentre in Francia, patria d'origine della tradizione epico-cavalleresca, il mondo leggendario dei paladini è scomparso, esso si è mantenuto in S., anche se oggi il teatro dei pupi è in declino. Per mezzo dei cantastorie la tradizione ha conservato racconti in ottave ispirati all'epica medievale, a episodi storici divenuti leggendari, e anche a episodi di cronaca nera. Ma il repertorio dei cantastorie si è rinnovato, grazie ai testi di un autentico poeta come Ignazio Buttitta e alle interpretazioni di un geniale cantastorie, Ciccio Busacca. Al patrimonio mitico dei cantastorie si lega il mondo delle credenze e delle leggende: nel Messinese è viva la figura di un fantastico personaggio marino, Colapesce, un pescatore divenuto mezzo uomo e mezzo pesce, mentre a Modica è celebre la leggenda della sirena che, nella notte del 24 gennaio, emerge dal fondo marino, cantando dolcemente. Innumerevoli sono le leggende che riguardano le truvaturi, cioè i tesori nascosti da forze occulte per attirare gli uomini più audaci. Per il ciclo della vita umana è da mettere in risalto la grande importanza data ai segni del lutto. Prima della sepoltura il rèpitu o pianto funebre veniva eseguito da prefiche o donne della famiglia, davanti al cadavere, e dopo il seppellimento al cimitero aveva luogo lu cunsulu, banchetto funebre con vivande fornite da amici ai parenti del defunto; il suo significato è appunto la ripresa del ritmo consueto della vita che si era interrotto per la morte. Per quanto riguarda le usanze relative al lavoro ricordiamo l'uccisione dei tonni della tonnara: una specie di corrida tutta siciliana, non a caso chiamata mattanza, dallo spagnolo matar. Accanto alla pesca del tonno è altrettanto celebre la pesca del pesce spada, per la quale Messina vanta peculiari forme di folclore marinaro. Per la pesca del pesce spada muovono di buon mattino due barche, una piccola e una più grande (feluca) munita di un'altissima antenna (ca. 22 metri) in cima alla quale sta 'u'ntinnaru, un uomo legato per la cintola all'estremità dell'antenna. Questa vedetta avvista per prima il pesce spada e lo segnala agli altri pescatori: Va iusu! grida se il pesce spada si muove in direzione della città; Va susu! se invece si muove verso il capo Faro; Va intra! se verso la costa sicula; Va fora! se invece prende il largo. Appena la preda è scorta, i pescatori fanno forza coi remi nella direzione indicata e, quando giungono a tiro, un pescatore lancia un arpone dotato di una punta speciale che si apre quando è penetrata nel corpo del pesce. Anche la vita agricola è ricca di folclore in Sicilia. Lungo il tratto compreso tra Altavilla e Cefalù, gli olivi d'argento sono così antichi che i contadini li fanno risalire all'epoca dei Saraceni, fino a chiamare ogni grande olivo, più brevemente, saracinu. Antichi riti sopravvivono ancora nella vita dei contadini nella piana di Catania. In certe zone la trebbiatura viene compiuta ancora facendo battere le spighe del grano sull'aia da una coppia di mule, guidate dal caccianti; gli altri lavoranti (turnanti) risospingono verso il centro le spighe che le mule fanno saltare correndo. La sera dell'Ascensione, s'innalzano verso il cielo 'i vamparigghi, i falò purificatori degli antichi culti. A Trapani sono tipiche le cantilene intonate dai salinari, alcune delle quali assolvono anche la funzione di indicare al “segnalatore” il numero delle carteddi, delle ceste di sale portate. A Marsala, infine, sono caratteristici i canti della vendemmia; al tramonto, i vendemmiatori iniziano la loro festa: pifferi, cornamuse, violini, accompagnati dal flautare orientale del taballe. Innumerevoli sono le feste religiose, e non è possibile pertanto un loro esame analitico. Si accenna soltanto alle più importanti, a cominciare dal celeberrimo fistìnu di Santa Rosalia a Palermo, che culmina il 15 luglio con la processione dell'urna della santa. A Catania, il 3 febbraio, si svolge la festa di Sant'Agata con la processione delle cannaroli, grandi ceri di legno dorato e dipinto, alti circa sei metri, portati dagli appartenenti alle antiche corporazioni; segue nei due giorni successivi la processione dello scrigno con le reliquie della santa, fra canti e fuochi artificiali. Per la settimana santa, particolari forme drammatiche assume a Caltanissetta la processione dei misteri, 16 gruppi artistici in legno (li variceddi), rappresentanti i vari momenti e personaggi della Passione.

A Caltagirone il giorno di Pasqua ha luogo la “giunta”, cioè la processione con l'incontro delle statue della Madonna e di Gesù. A Messina, il 14 agosto, si svolge la passeggiata dei “giganti”, due grandissime statue lignee, raffiguranti un guerriero moro e la gigantessa adorna di una corona turrita: vengono chiamati anche Cam e Rea, mitici fondatori di Messina. Il giorno seguente, festa dell'Assunta, si porta in processione la vara, grande carro sormontato da una piramide di angeli, con in cima la Madonna. Le feste sono spesso accompagnate dalle danze, come le tarantelle in costume e l'antica siciliana, ormai entrata nell'ambito della musica colta. Quanto ai costumi, è d'obbligo ricordare almeno i pittoreschi e vistosi costumi di Piana degli Albanesi. Nel campo dell'arte popolare, s'impone naturalmente il carretto siciliano, per la sua decorazione, specie nelle fiancate, dipinte con arte naïve, espressiva per intensità di colori e per il valore sintetico dei gesti; tutta la struttura del carretto richiama spunti architettonici arabo-normanni. Sempre nel campo dell'arte popolare, la ceramica ha il suo centro principale a Caltagirone: le lucerne a olio riproducono fedelmente forme antichissime; le graste, vasi per erbe odorose e fiori, erano già usate nel Trecento e una è ricordata da Boccaccio; lo ziro (dall'arabo zir), grande orcio di terra, viene fabbricato a Partinico, a Salemi, a Marsala; le giare sono grandi vasi per acqua la cui forma ovoidale si riallaccia ai prototipi greci. Si ricorda inoltre il rutilante mercato di Palermo, illustrato dall'arte di R. Guttuso con La vuccirìa.

 

   GASTRONOMIA

La cucina siciliana, tipicamente mediterranea, deriva la sua particolarità dall'attaccamento alle tradizioni e ai costumi del passato, dall'apporto arabo, riconoscibile nell'uso di prodotti prima sconosciuti (agrumi, riso, droghe) e dall'accostamento di elementi disparati per ottenere sapori complessi. Quest'ultima caratteristica fa sì che molte specialità possano essere realizzate in parecchie versioni, dalla più semplice alla più ricca; esempio tipico la caponata, che da una base di verdure fritte separatamente può arrivare a includere gli elementi più disparati: mandorle, polpi, bottarga, coda d'aragosta, ecc. Piatto forte di questa cucina è senz'altro la pasta (si sostiene anzi da alcuni che la pasta sia una creazione siciliana), condita con abbondanza e fantasia: gli ingredienti

sono verdure (broccoli, melanzane, pomodori, ecc.) e pesce (acciughe, tonno, seppie e soprattutto sarde). Di largo consumo sono anche pizze e focacce in numerose varianti (sfinciuni, scacciata,'mpanata), frittelle (crispeddi, panelle), pagnotte variamente imbottite e passate in forno caldo (caciottu, guastiedda, 'mmiscata). Il riso è considerato alimento di ripiego e viene per lo più consumato sotto forma di arancini. La scarsa disponibilità di bestiame bovino ha ridotto a poche le specialità a base di carne, di solito mascherata con altri sapori, spezie e salse (farsumagru, involtini di vitello, e soprattutto polpette), mentre si fa molto consumo di salsicce di maiale. Il pesce invece entra di frequente nell'alimentazione dei Siciliani, essendo fresco e abbondante ovunque: acciughe, orate, spigole, triglie e soprattutto sarde, tonno e pesce spada, elaborati nei modi più diversi, ma sempre con l'aggiunta di erbe aromatiche e sapori piccanti. La gastronomia siciliana si avvale in abbondanza di erbe e verdure domestiche e selvatiche, dai broccoli neri o verdi ai finocchietti, dagli asparagi alle bietole e ai caliceddi (erbe amare), dai carciofi alle melanzane, che hanno un posto preminente sia da sole (alla parmigiana, ripiene) sia come accompagnamento alla pasta o ad altre verdure (con i peperoni, in caponata, ecc.). La produzione di latticini è abbondante; si ricordano il canestrato, che fresco prende il nome di tuma, e di primu sali quando viene salato, il piacintinu, reso pizzicante da pepe in grani, il caciocavallo, la ricotta. Un discorso a parte merita la pasticceria, influenzata dal contatto arabo, e dominata da tre ingredienti: mandorle, pistacchi e miele, che insieme sono la base di uno squisito torrone. La pasta di mandorle (o pasta reale) è la materia prima della frutta alla martorana (dal monastero omonimo), dei cardinali, dei dolci di riposto, ecc. Altre notissime specialità sono la cassata, la frutta candita, i cannoli, i mostaccioli, le ossa di morto, ecc. Come vini la S. offre i bianchi e i rossi dell'Etna, il faro messinese, il corvo, ma soprattutto i vini da dessert per cui va famosa: dal marsala (il più diffuso nel mondo) al moscato di Pantelleria e di Siracusa, dal passito alla malvasia di Lipari e di Milazzo.

 

     Campagna di Sicilia:

Nella II guerra mondiale, conquistata la Tunisia (13 maggio 1943) gli Alleati diedero subito il via all'operazione Husky (sbarco in S.) mentre una grande incertezza dominava gli Stati Maggiori italiano e tedesco circa le intenzioni avversarie. Alcuni ritenevano che gli Anglo-Americani sarebbero sbarcati in Sardegna, altri nei Balcani, mentre non si escludeva un'azione in Toscana-Liguria. La S. non sembrava un direttivo logico, in quanto si riteneva assurdo che gli Alleati – padroni del mare e del cielo – iniziassero l'attacco alla “fortezza europea” proprio partendo dalla regione più lontana per risalire poi tutta l'Italia. Sicché, quando fu deciso di iniziare l'organizzazione difensiva dell'isola (10 giugno) era ormai troppo tardi. L'11 giugno Pantelleria si arrese agli Alleati; due giorni dopo caddero Linosa e Lampedusa. Iniziò allora un sistematico bombardamento aereo dell'isola che si prolungò sino all'alba del 10 luglio quando, fra Licata e La Maddalena (Siracusa), ebbero inizio le operazioni di sbarco a opera del XV gruppo di armate (generale Alexander), della VII armata americana (generale Patton) e dell'VIII armata britannica (generale Montgomery). Il giorno successivo Augusta e Siracusa erano già saldamente in mano alleata mentre la reazione italo-tedesca era bloccata dal fuoco della marina. Il 14 luglio la VII armata britannica e 

 l'VIII americana operavano il congiungimento che assicurava loro il possesso degli aeroporti di Ragusa e di Comiso. La difesa si organizzò allora nella piana di Catania bloccando l'avanzata di Montgomery, ma non le truppe di Patton che, sconvolgendo tutti i piani, puntò su Palermo, se ne impadronì il 22 luglio e si diresse quindi verso Messina nella speranza di tagliare la ritirata alle truppe italo-tedesche. Intanto nuove forze erano sbarcate a Siracusa e a Palermo; Catania cadeva il 5 agosto. Agli Italo-Tedeschi non rimase che la ritirata su Messina e, quindi, l'evacuazione (17 agosto) dell'isola. La campagna di S. costò la perdita di 120.000 italiani, 40.000 tedeschi e 31.158 alleati.

     Regno di Sicilia e Puglia:

Denominazione dei domini che Ruggero II si fece riconoscere da papa Innocenzo II (1139) comprendenti territori dell'Italia insulare e meridionale. Il regno comprendeva: ducato di Puglia e Calabria, principato di Taranto, Terra di Bari (Sicilia), Otranto e varie altre circoscrizioni minori. Il termine si mantenne anche durante i regni degli Altavilla, degli Hohenstaufen e degli Angioini (v. Due Sicilie).

 

 

 

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